di me

Foto di Fabrizio FabrisSi può essere fratelli in differenti modi e persino in contrastanti maniere.

Si può essere fratelli in momenti in cui la vita e gli eventi, i tempi e i modi ti stringono e ti costringono a condividere con un’altra persona gli aspetti più comuni del tuo carattere, così come si può essere fratelli sebbene distinti nei luoghi e negli spazi, differenti nelle competenze e nelle passioni, tenuti distanti dalla professione come dalla quotidianità stessa della propria vita privata.

Lungo quei corridoi, allora ancora altissimi, che davano una non sempre appropriata aria di solennità al liceo classico Jacopo Stellini di Udine, ho sentito per la prima volta tutta la fratellanza di un mio quasi coetaneo, di un collega di studi, ma soprattutto di canzoni.

Ho conosciuto Fabrizio Fabris che nemmeno io ancora ricordo bene il come e il perché; piuttosto ricordo che l’ho sentito e l’ho saputo fratello di musica e di storie da cantare per una serie di motivi del tutto insoliti.

Fabrizio non strapazzava la chitarra come me, piuttosto suonava per davvero il pianoforte: strumenti differenti per timbri e sonorità eppure mezzi così simili fra le nostre mani che li avevamo voluti usare niente affatto per imparare e ripetere le musiche degli altri, ma per inventarci le nostre.

Perché quei tasti e quelle corde erano lì a dimostrare che entrambi avevamo semplicemente un bisogno irrefrenabile e irrevocabile di raccontarci.
Erano i modi –e nulla più- a essere diversi: io mi inorgoglivo quando i più generosi mi definivano un De Gregori di provincia, lui si incazzava se gli dicevano che assomigliava a Venditti/Cocciante.

Lui sapeva suonare e io no; io mi autocompiacevo nel comporre versi criptici, lui rincorreva la poesia.

Viaggiavamo fra i corridoi dello Stellini, dentro le cantine trasformate in sala prove, tra un palco improvvisato e degli amici scettici molto sul nostro conto, come se tutto fosse normale, come se le nostre canzoni fossero l’unico modo possibile di raccontarci e di farci capire.
E in questo eravamo fratelli d’incoscienza.

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2005©Fabrizio Fabris